Non sarà Quintino Sella, non sarà Cavour, forse cascherà nei prossimi mesi, probabilmente non riuscirà a sconfiggere la crisi economica nazionale e internazionale, ma Berlusconi all'alba dei settantadue anni ha imparato a governare o almeno a dare l'impressione di farlo meglio che in passato e meglio dei suoi predecessori. Su questo punto c'è poco da discutere, si deve soltanto osservare l'evidenza.
Il premier alla terza esperienza a Palazzo Chigi sembra non essere più il signor Tentenna di alcuni anni fa, e mostra un piglio nuovo che lo porta ad affrontare di petto le situazioni; non si arrende più al primo ostacolo, non perde tempo in mille mediazioni, non pretende di accontentare tutti e di strappare sorrisi a chi la pensa diversamente da lui.
I primi tre mesi di legislatura, si sa, sono fondamentali per misurare il polso all'esecutivo; e il Cavaliere ha superato a pieni voti l'esame, realizzando la prima parte del programma stucchevolmente illustrato durante la lunga campagna elettorale. Ne siamo stupiti oltre che felici, a maggior ragione perché (...)
(...) non avremmo scommesso un euro sulla sua capacità di mutare registro. Difficilmente una persona di una certa età, per quanto si sforzi di essere giovanile, modifica il proprio carattere in modo radicale. E pensavamo che la regola valesse anche per Silvio.
Abbiamo un terrore: egli tornerà ad essere quello d'una volta, si stancherà di tenere la barra dritta, ricomincerà a dare pacche sulle spalle a chiunque per ingraziarsi gli avversari? Sarebbe una sciagura e una delusione tremenda. Crediamo di condividere con ogni italiano la speranza di poter puntare per cinque anni su un presidente del Consiglio determinato e consapevole di un fatto: il consenso degli elettori non si ottiene sui singoli provvedimenti, mai digeribili da tutti, bensì sul complesso delle cose portate a termine durante l'intero mandato. Non serve, davanti a ogni scelta, attenersi alle indicazioni dei sondaggi; bisogna piuttosto pensare in grande e guardare agli interessi generali del Paese. I conti si fanno alla fine, a tempo scaduto, quando cioè i comizi sono stati indetti e i cittadini giudicano se conviene rinnovare la fiducia in chi ha governato o no.
Fino adesso Berlusconi ha dimostrato di aver assimilato la lezione. Domani, vedremo. L'importante è che non si faccia condizionare dalle critiche dell'opposizione, spesso aspre, quasi sempre ispirate all'esigenza di diminuire le iniziative del governo allo scopo di far passare l'idea che si tratti del solito bluff. D'altronde Veltroni non ha altre chance per tentare di risalire la china. Lui stesso e i suoi aiutanti di battaglia neanche lontanamente immaginavano che il Cavaliere avrebbe mantenuto le promesse elettorali con tanta fermezza. Ed ora sono spiazzati, increduli e faticano ad organizzarsi per contrastare i successi del centrodestra; preferiscono minimizzarli o addirittura negarli onde persuadere la base - spiazzata anch'essa - che presto l'azione del governo si rivelerà una sciagura.
Sembra tuttavia che il Pd sia il primo a non credere nelle proprie ragioni e a non avere di conseguenza la necessaria convinzione per sostenerle adeguatamente. Lo si capisce in ogni circostanza topica. In questo senso la vicenda Alitalia è emblematica.
Prodi voleva sbolognare l'azienda ai francesi per togliersi un peso dallo stomaco. E non aveva torto. Ma all'ultimo momento, per vari motivi - tra cui le imminenti elezioni italiane che avrebbero provocato una rivoluzione a Palazzo Chigi -, Air France si defilò. Oggi il centrosinistra finge di non ricordare come si svolsero i fatti. Venerdì notte su Raiuno è andato in onda TV7 condotto da Gianni Riotta. Tra gli ospiti, Fassino (Pd) e Tabacci (Udc). I quali per sfottere Berlusconi, promotore della soluzione nazionale al dramma Alitalia, hanno detto che i francesi avrebbero alleggerito gli organici di duemila dipendenti, mentre la cordata presieduta da Colaninno intende mandarne via seimila.
Fosse davvero così la nostra compagnia sarebbe caduta dalla padella alla brace. Ma così non è. E non lo affermiamo noi bensì Luigi Angeletti, segretario generale della Uil, che ieri sulla Stampa ha dichiarato: “Air France chiedeva ottomila esuberi”. Ovvio, il sindacalista Angeletti in materia ne sa di più di Fassino, questi però pur di non riconoscere al governo d'aver agito con coraggio e oculatezza ha imbrogliato le carte inventandosi duemila esuberi, seimila in meno di quanto fossero in realtà.
Niente di grave, per carità, ma è un segnale: l'opposizione è nel pallone e non sa più a che santo votarsi eccetto santa Bugia. Identica la storia delle impronte digitali ai bambini rom. La sinistra ha montato una polemica feroce, scomodando Hitler e la persecuzione degli ebrei, finalizzata a sputtanare il ministro dell'Interno Maroni a livello europeo.
Poi la cosa è stata ridimensionata. Il problema era solo di identificare i rom presenti in Italia e censirli per verificare chi vada assistito e chi, viceversa, vada allontanato. Il rilevamento delle impronte è stato fatto in pochissimi casi a gente che non acconsentiva a farsi identificare.
Di esempi simili ce ne sarebbero altri. Ma ci limitiamo ad aspettare con curiosità le reazioni, i commenti di Veltroni e compagni all'accordo stretto dal Cavaliere con Gheddafi allo scopo di evitare che dalla Libia continuino a salpare imbarcazioni stracolme di clandestini diretti a Lampedusa. I progressisti diranno che l'operazione è troppo onerosa, così come lo è quella del salvataggio di Alitalia. Insomma per loro è sempre tutto sbagliato o fascista; molto più comodo rimanere con le mani in mano accettando ogni guaio con rassegnazione, come davanti alle calamità naturali.
Non siamo ottimisti irrazionali. Non ci illudiamo che il Paese sia destinato in breve a trasformarsi in un paradiso di efficienza. Semplicemente dopo quaranta anni di chiacchiere, di spese pubbliche per mantenere la pace sociale, di governi specializzati nell'arte di tirare a campare, di coalizioni progressiste buone solo a far progredire il degrado, finalmente è arrivato qualcuno che a guidare la nazione almeno ci prova. E se questo qualcuno è Silvio Berlusconi sarebbe assurdo e anche ridicolo non dirlo.
Lo abbiamo detto.
DA LIBERO
lunedì 1 settembre 2008
METAMORFOSI DI UN PREMIER
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