Il messaggio lanciato ad amici e nemici è chiaro e semplice: è tornata la piazza. E con la piazza, questa è la deduzione non esattamente aristotelica, è tornata la sinistra. Quella vera, quella tosta, quella dei senza se e senza ma, quella che mette paura e che pur essendo costituzionalmente di lotta all'occasione può accollarsi l'onere d'essere anche di governo. A dare il via ai festeggiamenti per il ritorno della piazza fu Paolo Ferrero, segretario del clandestino partito della Rifondazione comunista. L'11 ottobre, a conclusione del corteo contro le politiche del governo Berlusconi dichiarò, con accenti tenorili: «Manifestazione riuscita al di là delle aspettative! È finita la ritirata dopo mesi di conflitti e congressi». Avrebbe potuto essere più sincero e ammettere che la ritirata era, anzi, è dovuta non alle beghe con Nichi Vendola quanto alla tremenda, definitiva batosta elettorale, ma il sacco comunista è quello e quella farina dà. Comunque sia, le parole di Ferrero hanno galvanizzato la sinistra in ritirata e larghi strati di quella in libera uscita e ora è tutto un festeggiare il ritorno alla piazza come strumento ideologico e dialettico, arma terribile nelle mani delle masse operaie e del proletariato urbano (cosa ne potranno fare, della piazza, i bambini delle elementari che hanno sfilato per salvare la scuola democratica minacciata dal grembiule classista è tutto da vedere. Si dia tempo al tempo).
Che la sinistra si sia storicamente appropriata della piazza facendola una cosa sua, è indubbio. Anche se la Marcia su Roma - che fu una marcia per convergere in una piazza, quella del Quirinale, niente di diverso delle marce per convergere, anni dopo, nella piazza di San Giovanni pavesata di bandiere rosse - consiglierebbe di andarci cauti nell'attribuire le primogeniture. Altrettanto indubbio è, però, che la piazza ha perduto molto del suo smalto e del potere intimidatorio. Un po' perché la si è inflazionata, un po' perché scavalcata dal popolo dei fax, dal popolo degli appelli, dal quello dei blog, da quello del girotondo, per non parlare delle piazze televisive, affollate come neanche Palmiro Togliatti se lo sognava. Che la sinistra-sinistra ne faccia dunque il tardo simbolo della propria identità e che con quella tenti di ringalluzzirsi, di uscire dalla ritirata è, per la sinistra medesima, un brutto segno. Perché significa ammettere di essere drammaticamente a corto di idee, di progetti, di programmi. Di politica. Significa riconoscere che non si può rifondare alcunché sulla polvere di una ideologia spazzata via dal vento della Storia. Ma siccome l'orgoglio di quella sinistra è pari alla sua incommensurabile saccenteria non si danno per vinti e si illudono di ritrovare una ragion d'essere, un ruolo politico in quanto signori delle masse. Scendono in piazza come lo sciupafemmine in disarmo assume il Viagra: per sentirsi, almeno per un'ultima volta, virilmente di sinistra.
Paolo Granzotto - IL GIORNALE
domenica 19 ottobre 2008
Vogliono un altro Sessantotto
sabato 18 ottobre 2008
SCUOLA:proteste incomprensibili
"Incomprensibili". Il ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini definisce così le proteste contro il suo provvedimento per la scuola. Oggi è il "No Gelmini Day" e manifestanti in tutta Italia sono scesi in piazza contro il ministro. Durante l'intervista a "Mattino 5", il ministro si dice connvinta che coloro i quali scendono in piazza non abbiamo "letto il provvedimento, perchè non si capisce come mai si occupino le università, si facciano manifestazioni nella scuola secondaria, che sono ambiti minimamente toccati dal provvedimento". Perchè il provvedimento, ha precisato il ministro, "riguarda solo la scuola primaria e la scuola media inferiore: introduce la valutazione del comportamento, lo studio dell' educazione civica, il ritorno ai voti come meccanismo di valutazione, ma certo non tocca le università e la scuola superiore". La Gelmini non esita neppure a sottolineare che c'è la sinistra alla base di questa "campagna di disinformazione: sta dicendo alle famiglie che verrà meno il tempo pieno e gli insegnamenti aggiuntivi, è una grande bugia".
E a proposito delle classi per soli stranieri, il ministro si dichiara favorevole nei contronti della mozione della Lega Nord: "Le classi di«inserimento per i bambini immigrati non sono un problema di razzismo, ma un problema didattico. È un dato di fatto che per come è organizzata la scuola oggi non riesce ad assolvere al meglio a una funzione importante, quella di integrare gli alunni immigrati. Ogni genitore che ha un figlio nelle classi elementari sa che ci sono problematiche legate all'inserimento dei bimbi stranieri nelle classi perchè molti non conoscono l'italiano. Molte classi rallentano l'apprendimento e l'integrazione dei bambini stranieri perchè non ci sono corsi specifici di insegnamento della lingua italiana. Se vogliamo integrare in maniera adeguata i bambini stranieri" ha concluso la Gelmini, "è giusto investire delle risorse perchè questi bambini possano conoscere la lingua italiana e integrarsi al meglio".
Intanto cortei e manifestazioni di protesta contro la Gelmini sono stati organizzati in tutta Italia. A Milano, dietro lo striscione "Blocchiamo il decreto, occupiamo dappertutto. Gelmini la scuola ti ripudia" si sono riuniti i due cortei formati dagli studenti delle scuole superiori e quello degli universitari che protestano contro la riforma della scuola. Del corte fanno anche parte gli insegnati e i genitori della 'Rete Scuole'. Un petardo è stato anche lanciato contro al sede distaccata del Provveditorato agli Studi del capoluogo lombardo.
Il popolo della scuola sfila compatto anche nella capitale. Ad aprire il lungo corteo, dietro lo striscione 'No alla distruzione della scuola' firmato dal 'Popolo della scuola pubblica', ci sono bambini, genitori, insegnanti con fischietti, magliette colorate che affermano che "il futuro dei bambini non fa rima con Gelmini". Gli altoparlanti, oltre a spiegare le motivazioni della protesta, lanciano slogan contro il ministro dell'Istruzione, università e ricerca. Sulla musica di una canzone di protesta delle mondine, i manifestanti protestano contro l'aumento del numero degli alunni per classe: "Se 20 alunni vi sembran pochi, provate voi ad insegnare. Così vedrete la differenza tra insegnare e comandare". E ancora, "Per la Stellina la scuola va in rovina, la classe traballa e nessun resta a galla". Molti anche gli striscioni legati all'università e alla ricerca: "La ricerca è in mutande. Ora leviamo anche quelle?" o "Avete risolto il problema della fuga dei cervelli, avete tagliato le teste".
In migliaia sono scesi in strada anche a Genova: in testa bambini delle elementari e delle materne, seguiti da studenti, docenti e precari delle scuole e dell'università.
lunedì 13 ottobre 2008
UN LIBRO PER AIUTARE CANI E GATTI
Nella rassegna Incontri in Biblioteca realizzata dal Comune di Milano, Giovedì 16 ottobre alle ore 18 alla Biblioteca del Parco Sempione, Manuela Valletti Ghezzi presenterà il suo ultimo libro "Dal Pronfondo del Cuore"
Troverete tutti i dettagli dell'evento cliccando qui
Ricordiamo a tutti che il libro è una raccolta di storie di cani e gatti di casa ed è stato realizzato per una iniziativa benefica. Il ricavato delle vendita verrà devoluto alla signora ALMA BATTAGLIA di 85 anni, molto nota a Milano, che da 50 anni accudisce cani e gatti in difficoltà, attualmente ha nel suo appartamento di Piazza Po 17 tra cani e gatti.
Vi invitiamo ad intervenire perchè durante la presentazione sarà possibile acquistare il libro che è comunque acquistabile su CYBERDOGS MAGAZINE cliccando qui,
o in tutte le librerie on line.
mercoledì 8 ottobre 2008
CI SALVERANNO LE PICCOLE IMPRESE
È uno di quei giorni in cui il futuro sembra senza paracadute. La crisi finanziaria gira intorno al suo fulcro, si avvita, e va ancora più giù. Il Fondo monetario internazionale vede per l'Italia due anni di recessione. Non siamo i soli. Spagna, Gran Bretagna e Irlanda arrancano come noi. Il sole, dicono, riscalda solo la Germania. Lì, la crescita industriale è la migliore degli ultimi 15 anni. Gli inglesi si sono messi a nazionalizzare le banche. C'è da aver paura, ma è l'unico sentimento che in questi casi bisogna davvero esorcizzare. Non è facile, ma la ricetta più saggia, e razionale, è vivere come se la crisi non ci fosse. Non ritirarsi. Vero, poi bisogna fare i conti con i portafogli vuoti. Ma quello che in questi giorni fa davvero tremare sono i dialoghi rubati sul treno, nei bar, tra i colleghi. Due ragazze, mentre fumano una sigaretta, stanno parlando proprio di questo. Una dice: «Quest'anno niente scarpe. Mi tengo quelle vecchie». L'altra dice sì con la testa. E aggiunge: «Dobbiamo risparmiare». L'aria che si respira è questa. La crisi non fa ballare solo le Borse, mette piede nelle imprese e atterra sulla vita quotidiana.
Il grande rischio è che la crisi tocchi profondamente la spina dorsale dell'Italia. Quelle piccole e medie imprese che sono una risorsa antica, radicata sul territorio, concreta e flessibile. Sono quelli che fanno la roba e creano ricchezza. Gente abituata a vivere con il credito strozzato, che s'ingegna, si arrangia e finora è sempre riuscita ad andare avanti. È quel piccolo capitalismo che ricorda i mercanti tanto amati da Werner Sombart, che magari soffre quando si tratta di navigare nelle acque profonde dell'economia globale, ma veloce nel piccolo cabotaggio. Quelli che quando si parla di Cina un po' bestemmiano, ma poi dicono: «Loro copiano, noi creiamo». Ecco, se questi cadono è davvero finita. Non bisogna proteggerli, ma davvero stavolta non tartassateli. Hanno bisogno di aria, di fiducia, di credito. Le banche, tanto prodighe con la finanza, devono ricordarsi che esiste la terra, il lavoro, la produzione. Esiste la realtà. Esistono i soldi veri, non ancorati al futuro ipotetico.
Lo dicono anche i dati economici. Nei primi sei mesi del 2008, mentre l'occupazione in Italia diminuiva del 20 per cento, la piccola e media impresa registrava un più 7,5%. Il discorso è chiaro. I piccoli capitalisti continuano a creare lavoro. A dispetto di tutto, delle banche, della finanza, dei pasticci Lehman Brothers, dei tassi d'interesse alti e del braccino corto della Bce. E lo faranno, dicono le previsioni, fino a dicembre. Sette virgola tre per cento anche nel secondo semestre.
L'ultimo rapporto Censis raccontava una società inconcludente e rassegnata, «sommersa dalla mucillagine». Un Paese fermo, statico, ingessato. Una poltiglia di massa. Qui, in questo caos calmo, gli unici a resistere erano quel pugno di imprenditori, piccoli e coraggiosi. Il futuro è nelle loro mani. E forse questa tempesta cattiva spazzerà via la mucillagine.
IL GIORNALE